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Alcol: impennata del 250% del consumo a casa

Roma, 14 maggio 2021 – “L’approvvigionamento delle bevande alcoliche non ha conosciuto pause nel periodo del lockdown”. Anzi, “il mercato ha rafforzato nuovi canali alternativi e anche meno controllati relativamente al divieto di vendita a minori”, cambiando anche “le abitudini degli italiani”.

Tanto che gli acquisti su canali online di e-commerce, per il settore delle bevande alcoliche “si stima abbiano conosciuto un’impennata nel 2020 tra il 181 e il 250% nell’home delivery, con un aumento dei consumi domestici registrati”. E’ quanto emerge dai nuovi dati relativi al consumo di alcol durante la pandemia Covid, diffusi all’Istituto Superiore di Sanità.

L’isolamento, spiega l’Iss, ha portato a “un incremento di consumo incontrollato, anche favorito da aperitivi digitali sulle chat e sui social network, spesso in compensazione della tensione conseguente all’isolamento, alle problematiche economiche, lavorative, relazionali e dei timori diffusi nella popolazione resa sicuramente più fragile dalla pandemia”. D’altro canto, i servizi di alcologia e i dipartimenti per le dipendenze e di salute mentale, a causa delle chiusure obbligate, precisa l’Iss, “hanno registrato una crescita di difficile gestione prima, durante e dopo i lockdown per la scarsità delle risorse a disposizione, per la quantità di richieste inevase a causa delle restrizioni anti-Covid-19 e per l’impreparazione relativa a soluzioni digitali, solo tardivamente introdotte”.

Sono stati 3,8 milioni, nel 2019, i binge drinker che hanno avuto almeno un’abbuffata alcolica, tra i quali anche 830.000 giovanissimi 11-25enni. Mentre “nel corso del 2020 si è registrato un incremento al 23,6 % per i maschi e al 9,7% per le femmine di coloro che consumano alcol a rischio”. E’ quanto evidenziano i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) in vista dell’Alchool Prevention Day che si celebra domani, Relativamente al 2020, secondo un dato dell’analisi preliminare per l’anno del lockdown, “a preoccupare in particolar modo è l’aumento delle giovani consumatrici a rischio, le 14-17enni, che superano per numerosità, per la prima volta, i loro coetanei maschi”. E questo in un quadro complessivo d’incremento del consumo sbagliato di alcol tra le donne di tutte le età e di un incremento tra gli uomini nella fascia 35-60 anni. I dati pre-Covid, invece, a cui si riferisce il nuovo Rapporto Istisan e la Relazione annuale del Ministro della Salute trasmessa a maggio 2021 al Parlamento, evidenziano che nel 2019 in Italia sono stati più di 36 milioni coloro che hanno consumato alcolici, pari al 77,8% degli italiani sopra gli 11 anni e al 56,5% delle italiane, per le quali si conferma un trend in crescita dal 2014. Le fasce di popolazione con consumatori più a rischio è, per entrambi i generi, quella dei 750.000 minorenni, prevalentemente 16-17enni, seguita da oltre 2,7 milioni di anziani ultra-65enni. Mentre nel 2019, sono state circa 8,2 milioni le persone che hanno fatto quotidianamente un consumo rischioso, in leggero calo rispetto al 2018. “Alla luce dei dati riportati”, conclude Emanuele Scafato, direttore del Centro Oms per la ricerca sull’alcol e dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Iss, “il day after della pandemia deve potersi connotare per attivazione di risorse e strategie che mirino all’era post Covid-19 con nuovi modelli d’intercettazione dei rischi da alcol, favorendo la formazione del personale sanitario e attivando nuove strategie di prevenzione, anche attraverso un rinnovato Piano Nazionale Alcol”.

Tumori: “Nel 2020 posticipato il 99% degli interventi al seno e alla prostata”

Roma, 13 maggio 2021 – Il Piano Europeo di Lotta contro il Cancro e la Mission on Cancer segnano una nuova era per l’oncologia. L’obiettivo è di far fronte all’intero decorso della malattia e salvare 3 milioni di vite umane entro il 2030. Il Piano è strutturato intorno a quattro ambiti di intervento fondamentali: prevenzione, individuazione precoce della malattia, diagnosi e trattamento, qualità della vita dei pazienti oncologici e delle persone guarite dal cancro. Ogni ambito è articolato in obiettivi strategici, a loro volta sostenuti da dieci ‘iniziative faro’ e da molteplici azioni di sostegno. Per ciascuna azione o gruppi di azioni omogenee, è indicato il relativo periodo di attuazione. Il Piano europeo intende migliorare l’accesso di tutti a tutte le terapie, comprese quelle innovative, garantendo la sostenibilità economica delle cure. Nel complesso, il Piano delinea un vero e proprio metodo di lavoro, che definisce e qualifica il nuovo approccio alle malattie oncologiche.
Il Piano Oncologico Nazionale deve necessariamente seguire la via indicata dall’Europa, prevedendo azioni, tempistiche, finanziamenti e modifiche regolatorie e legislative per superare l’emergenza oncologica. Ciò anche per rispondere concretamente alle gravi insufficienze strutturali dell’assistenza ai malati di cancro rese più che mai evidenti dalla pandemia.
In Italia, nel 2020, il 20% dei decessi per Covid-19 ha riguardato proprio i malati oncologici, sono stati posticipati il 99% degli interventi per tumori alla mammella, il 99,5% di quelli alla prostata, il 74,4% al colon retto. Non solo. Gli screening per il tumore della mammella, della cervice uterina e del colon retto hanno registrato una riduzione di due milioni e mezzo di esami nel 2020 rispetto al 2019 e, in media, per i tre programmi di prevenzione secondaria il ritardo è compreso tra 4 e 5 mesi. Tra gli obiettivi prioritari del Piano vi devono essere il finanziamento delle Reti Oncologiche Regionali, il potenziamento dell’assistenza oncologica domiciliare e territoriale, la tecnologia per gli screening diagnostici, lo sviluppo uniforme della telemedicina, la terapia CAR-T, la previsione di forme di sostegno psicologico ai malati oncologici, l’attivazione immediata della Rete dei tumori rari, la consegna di farmaci a domicilio e l’attuazione della norma che riconosce il ruolo dell’infermiere di famiglia. Le richieste sono contenute nel 13° Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato oggi nell’ambito della XVI Giornata nazionale del malato oncologico promossa da FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia).
L’On. Elena Carnevali, Componente XII Commissione (Affari Sociali), Camera dei Deputati, prima firmataria della risoluzione approvata all’unanimità nel novembre 2020 “Iniziative per la tutela e cura dei pazienti con patologie oncologiche”, ha illustrato i contenuti dell’interpellanza urgente del 4 maggio 2021 al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Vice Ministro della Salute, che: “ha trovato il pieno consenso del Governo per la definizione di una progettualità complessiva coerente con gli indirizzi del Piano oncologico europeo e che consenta il superamento dell’emergenza, il potenziamento delle infrastrutture, nonché l’adeguamento all’innovazione tecnologica e di processo, superando le disparità regionali”.
Anche il Senato è intervenuto attivamente attraverso la Senatrice Paola Binetti, Componente 12ª Commissione Igiene e Sanità con l’approvazione di un Ordine del giorno unitario, recepito dal Sottosegretario alla Salute Sileri che si è impegnato a presentare il Nuovo Piano Nazionale per l’Oncologia alla Conferenza Stato Regioni entro settembre. L’OdG appena approvato – afferma la Sen Binetti: “segna un impegno reale a ripartire, stando al fianco dei pazienti con tutti i mezzi che scienza e tecnica ci offrono, ma anche con un calore umano che metta fine allo stato di solitudine, a volte di abbandono, di cui si sono sentiti vittime”.
“Prendiamo atto con soddisfazione – afferma Francesco De Lorenzo, Presidente della Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia – che le iniziative parlamentari, condotte con successo dall’On. Carnevali e dalla Sen. Binetti – con il pieno sostegno di FAVO – hanno raggiunto un primo importante risultato: l’impegno del Governo a promuovere un nuovo Piano oncologico nazionale, in linea con quello europeo. L’indispensabile passaggio successivo è rappresentato dall’inderogabile necessità di disporre del finanziamento per la sua attuazione. Solo in parte questo può essere coperto dai 4 miliardi di euro destinati agli Stati membri che recepiranno i principi del Piano e che realizzeranno le diverse progettualità previste, rispettando la tempistica indicata. La restante copertura non può che avvalersi del Recovery Plan (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – PNRR), il programma di investimenti che l’Italia è tenuta a presentare alla Commissione Europea per accedere alle risorse straordinarie del NextGenerationEU. Una delle sei Missioni del PNRR è infatti dedicata alla Salute e, in particolare, al rafforzamento della prevenzione e dei servizi sanitari sul territorio, alla modernizzazione e digitalizzazione del sistema sanitario. Non potrà esistere una nuova sanità, senza un’adeguata considerazione del cancro come fenomeno sanitario e sociale. Il nuovo Piano Oncologico italiano – continua il Prof. De Lorenzo – deve prevedere una cabina di regia che coinvolga anche le associazioni pazienti, un monitoraggio orchestrato dagli enti preposti e un cronoprogramma definito in modo da essere armonizzato al Piano Europeo di Lotta contro il Cancro”.
In Italia, nel 2020, sono stati stimati 377mila nuovi casi di tumore. “Il metodo per la programmazione adottato dall’Europa deve essere recepito nella predisposizione, ormai indifferibile, di un nuovo Piano Oncologico Nazionale – spiega Giordano Beretta, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Oggi il nostro Paese ne è privo: l’ultimo elaborato risale al 2013 ed è scaduto nel 2016. La difficile gestione del Covid-19 ha contribuito ad accrescere la consapevolezza della necessità di un profondo rinnovamento tecnologico e di processo dell’assistenza oncologica, che può rappresentare un vero e proprio traino per l’ammodernamento dell’intero Servizio sanitario nazionale. La lezione del Covid-19 non va sprecata. La pandemia ha prodotto danni collaterali e a risentirne sono stati, in primis, i pazienti oncologici. La riprogrammazione dell’attività sanitaria deve tenere in considerazione i tumori alla stessa stregua delle patologie tempo-dipendenti dove, a differenza della specialità cardiovascolare, il tempo non si conta in minuti od ore, ma in settimane o mesi che possono impattare sulla sopravvivenza globale, libera da malattia e sulla qualità di vita”. “La crisi pandemica – continua il Presidente Beretta – ha determinato un importante ritardo diagnostico e terapeutico dei pazienti affetti da cancro, che richiede oggi interventi su più fronti. Un investimento in risorse per le strutture che si occupano di malati oncologici. Un investimento organizzativo per fare affluire questi pazienti nei centri deputati nel più breve tempo possibile. Un investimento nelle reti oncologiche che possono guidare la ripresa, garantendo il miglior trattamento nel minor tempo possibile. Infine un investimento tecnologico per dare inizio ad un profondo cambiamento del complesso mondo delle visite e controlli ambulatoriali, oggi largamente effettuabili in remoto, come il periodo pandemico ha dimostrato, con significativi risparmi per il sistema”.
“Il ritardo nell’intervallo tra diagnosi e trattamenti chirurgici, chemioterapici e radioterapici produce un impatto negativo sulla sopravvivenza, documentato ad esempio nel carcinoma mammario, colorettale, della cervice uterina e del fegato – afferma Alessandro Gronchi, Presidente SICO (Società Italiana di Chirurgia Oncologica) -. Si stima che nel 2020, durante le prime 12 settimane di pandemia, a causa dell’occupazione e della riorganizzazione dei percorsi ospedalieri dovute al Covid, siano stati cancellati circa 28 milioni di interventi chirurgici a livello globale in 190 Paesi. In Italia la pandemia ha gravemente accentuato le differenze tra Regioni relativamente alla disponibilità di prestazioni e all’accesso all’assistenza. Numerosi reparti chirurgici sono stati chiusi e convertiti in reparti di medicina dedicati ai pazienti Covid-19 e, per molte settimane, è stato possibile trattare solo procedure oncologiche, sia di emergenza, sia elettive, con evidenti limitazioni in termini di volume di casi trattati. Complessivamente, nel 2020, sono stati rinviati oltre un milione di interventi chirurgici, come evidenziato da uno studio dell’Università Cattolica. Incrociando i dati di questa ricerca con quelli delle schede di dimissione ospedaliera del 2019, emerge che sono stati rimandati il 99% degli interventi per tumori alla mammella, il 99,5% di quelli per cancro alla prostata, il 74,4% al colon retto. Le ripercussioni non hanno riguardato solo i volumi, ma anche il percorso multidisciplinare e organizzativo. L’intervallo di tempo tra la discussione multidisciplinare nei tumor board e l’intervento chirurgico è più che raddoppiato nel 2010 rispetto al 2019: 7 settimane contro 3”.
È centrale anche il ruolo della radioterapia. “Più della metà dei pazienti oncologici necessita di un trattamento radioterapico. In uno scenario in cui i trattamenti sistemici e chirurgici vengono posticipati, è ancora più necessario garantire l’accesso alla radioterapia senza significative interruzioni – conclude Vittorio Donato, Presidente AIRO (Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica) -. I Dipartimenti Italiani di Radioterapia Oncologica hanno adottato, fin dall’inizio della pandemia, diverse soluzioni per ridurre al minimo le omissioni e le interruzioni dei trattamenti radioterapici. Nella prima fase della pandemia nessun centro ha chiuso, neppure tra le 85 strutture (68% dei centri) che sono diventate centri COVID-19, e l’impatto dell’emergenza sui volumi complessivi di attività clinica è stato contenuto: 38 centri (30,4%) hanno ridotto il carico di lavoro del 10-30% e 11 (8,8%) del 30-50%. Durante la seconda fase, grazie a tutte le misure adottate per limitare il contagio tra il personale e i pazienti, la maggior parte dei centri (61,8%) non ha riportato alcuna riduzione oppure una diminuzione dell’attività clinica inferiore al 10%, quindi molto meno marcata rispetto al resto d’Europa e agli Stati Uniti. Un risultato eccezionale, considerando quanto il nostro Paese sia stato colpito dalla pandemia fin dal suo esordio”.

AIFA: 56.110 reazioni avverse vaccini su oltre 18 milioni di dosi

Roma, 11 maggio 2021 – Tra il 27 dicembre 2020 e il 26 aprile 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso sono pervenute 56.110 segnalazioni su un totale di 18.148.394 dosi somministrate (con un tasso di segnalazione di 309 ogni 100.000 dosi), di cui il 91% sono riferite a eventi non gravi, che si risolvono completamente, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari. Le segnalazioni gravi invece corrispondono all’8,6% del totale, con un tasso 27 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal tipo di vaccino, dalla dose (prima o seconda) e dal possibile ruolo causale della vaccinazione. E’ quanto emerge dal quarto Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco, relativo alle segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza. Come riportato nei precedenti rapporti – riferisce l’Aifa – gli eventi segnalati insorgono prevalentemente lo stesso giorno della vaccinazione o il giorno successivo (85% dei casi). La maggior parte delle segnalazioni sono relative al vaccino Comirnaty* (75%) di Pfizer/BioNTech, finora il più utilizzato nella campagna vaccinale (70,9% delle dosi somministrate), e solo in minor misura al vaccino Vaxzevria* di AstraZeneca (22%) e al vaccino Moderna (3%), mentre non sono presenti, nel periodo considerato, segnalazioni relative a Covid-19 Vaccino Janssen, J&J (0,1% delle dosi somministrate).

“L’approfondimento a livello nazionale di queste segnalazioni – ricorda l’Aifa – è condotto con il supporto di un ‘Gruppo di lavoro per la valutazione dei rischi trombotici da vaccini anti-Covid-19’, costituito da alcuni dei massimi esperti nazionali di trombosi ed emostasi”.

AGENAS: cala al 25% l’occupazione dei posti letto ospedalieri

Roma, 10 maggio 2021 – Cala ancora, attestandosi al 25%, la percentuale dei posti letto occupati da pazienti Covid-19 nei reparti ospedalieri ordinari, restando quindi ben al di sotto della soglia di allerta del 40% individuata dal Ministero della Salute. Lo mostrano i dati dell’Agenzia Nazionale per i Servizi sanitari regionali (Agenas), relativi alla giornata del 9 maggio. Tale valore era pari 32% lo scorso 27 aprile e al 28% lo scorso 25 maggio.

Questo, nel dettaglio, è ora il tasso di occupazione delle terapie intensive e dei reparti ordinari nelle varie Regioni e Province autonome: Abruzzo (15% intensive, 20% reparti ordinari); Basilicata (13%, 30%); Calabria (22%, 42%); Campania (19%, 31%); Emilia Romagna (25%, 20%); Friuli Venezia Giulia (12%, 12%); Lazio (28%, 29%); Liguria (28%, 24%); Lombardia (35%, 27%); Marche (28%, 27%); Molise (13%, 12%); PA di Bolzano (10%, 11%); PA di Trento (20%, 11%); Piemonte (25%, 29%); Puglia (33%, 39%); Sardegna (19%, 18%); Sicilia (16%, 25%); Toscana (35%, 22%); Umbria (18%, 20%); Valle d’Aosta (30%, 14%); Veneto (13%, 12%).

FOCE: “Seconda dose del vaccino anti-Covid entro 21 giorni ai più fragili”

Roma, 6 maggio 2021 – “Pur comprendendone gli obiettivi, siamo molto preoccupati per la decisione del Comitato Tecnico Scientifico di estendere l’intervallo fra la prima e la seconda dose dei due vaccini anti Covid a mRNA da 21 e 28 giorni a 42 anche ai pazienti fragili. I pazienti oncologici in trattamento attivo, in particolare, devono invece essere vaccinati con la seconda inoculazione entro 21 giorni. Le evidenze scientifiche infatti dimostrano che questi cittadini estremamente vulnerabili hanno meno probabilità rispetto alle persone sane di sviluppare una risposta anticorpale dopo la prima dose del vaccino prodotto da Pfizer (BNT162b2) e dovrebbero avere la priorità della seconda dose entro tre settimane”. Il Prof. Francesco Cognetti, Direttore Oncologia Medica Regina Elena di Roma e Presidente FOCE (Federazione degli oncologi, cardiologi e ematologi), chiede al Comitato Tecnico Scientifico e al Ministro della Salute, Roberto Speranza, che non venga applicata la circolare sull’estensione degli intervalli di immunizzazione anti Covid ai pazienti oncologici e, con ogni probabilità, anche a tutti coloro che sono considerati estremamente fragili. “Bene la scelta di vaccinare più persone con la prima dose, come già sperimentato positivamente in altri Paesi – afferma il Prof. Aldo Morrone, Direttore scientifico dell’Istituto San Gallicano (IRCSS) -, purché questa scelta non venga applicata ai pazienti più fragili in trattamento attivo, secondo la tabella indicata dallo stesso Ministero della Salute. In queste persone è necessario somministrare la seconda dose entro i 21 o i 28 giorni a seconda dei diversi vaccini a mRNA utilizzati”.
“I cittadini colpiti da tumore presentano un rischio maggiore di complicazioni se contagiati da Covid, con un tasso di mortalità del 30% in caso di ospedalizzazione – spiega il Prof. Cognetti -. Uno studio recente pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica ‘Lancet Oncology’ ha dimostrato che la risposta anticorpale dei pazienti colpiti da tumori solidi e del sangue dopo la prima dose di vaccino è molto più bassa che in persone normali e che tale risposta si consolida solo dopo la seconda dose. Il tempo migliore per il richiamo deve rimanere quindi dopo 21 giorni. Lo studio è stato condotto dal King’s College di Londra. Sono stati arruolati 151 pazienti con tumori solidi o ematologici e 54 persone sane che hanno ricevuto la prima dose del vaccino di Pfizer (BNT162b2). Circa 21 giorni dopo l’inoculazione, solo il 38% dei pazienti con tumori solidi e il 18% con neoplasie ematologiche presentava un titolo positivo di immunoglobuline (IgG) rispetto al 94% delle persone sane. E l’analisi dei titoli IgG suggerisce che la principale differenza tra queste ultime e i pazienti con il cancro è proprio la mancata risposta. Considerando coloro che hanno ricevuto la seconda dose entro tre settimane, il 95% dei pazienti con tumori solidi e il 60% dei pazienti con neoplasie ematologiche hanno evidenziato una adeguata risposta anticorpale. Invece, tra coloro che non hanno ricevuto la seconda dose il ventunesimo giorno, solo il 30% dei pazienti con tumori solidi e l’11% dei pazienti con tumori ematologici hanno sviluppato una risposta contro il virus”. “Questi risultati – conclude il Prof. Cognetti – sono analoghi a quelli preliminari finora conseguiti in uno studio tuttora in corso presso l’Istituto Regina Elena di Roma e l’Istituto San Gallicano di Roma in 816 pazienti con neoplasie solide in trattamento attivo o che hanno ricevuto il trattamento negli ultimi sei mesi. Su oltre 700 pazienti finora esaminati solo circa la metà risulteranno immunizzati dopo la prima dose e circa il 70% dopo un mese dalla seconda dose. Questi risultati mostrano inoltre valori nettamente più bassi rispetto a quelli ottenuti in una serie di alcune centinaia di medici e/o infermieri sani dello stesso Istituto. Va inoltre sottolineato che i pazienti immunocompromessi presentano una maggiore incidenza di infezione persistente da SARS-CoV-2, che può rappresentare un importante serbatoio per lo sviluppo di nuove varianti virali. Ecco perché vanno rispettati rigorosamente i tempi di somministrazione dei vaccini nei più fragili”.
Questi pazienti devono essere adeguatamente protetti perché la loro parziale o incompleta vaccinazione è ancora una delle cause più importante nel determinare la persistente elevata mortalità nei contagiati registrata nel nostro Paese.

Sondaggio: per 7 italiani su 10 la pandemia ha spento sorriso ed emozioni

Roma, 5 maggio 2021 – Meno espressioni di gioia ed emozioni positive ai tempi del Covid. È quanto emerge da un sondaggio condotto dall’Eurodap, l’associazione europea per il Disturbo da attacchi di panico, su 783 persone. Per il 70% degli intervistati la situazione attuale ci ha portati a sorridere di meno e il 76% ammette che in questo momento fa maggiore fatica ad esprimere le proprie emozioni. Più dell’80% dichiara che il sorriso è fondamentale per la comunicazione e che l’obbligo della mascherina ha generato numerosi fraintendimenti. Mentre al 67% manca poter vedere l’interezza di un volto non mediata dalla webcam.
“In quest’ultimo anno ci siamo ritrovati ad affrontare disagi e pressioni che hanno modificato il nostro modo di vivere. Una delle cose che è venuta a mancare di più – spiega Eleonora Iacobelli, psicologa e presidente Eurodap – è sicuramente il sorriso. Il sorriso è un mezzo per comunicare e trasmettere un’emozione positiva, ci consente di entrare in relazione con gli altri, di creare un legame, di allentare la tensione, essendo innato e universalmente riconosciuto. L’uso obbligatorio della mascherina ha però causato fraintendimenti nella percezione delle emozioni. Se gran parte del nostro viso risulta coperto siamo costretti a trovare altri modi di comunicare: dovremmo imparare ad accrescere le nostre capacità espressive e iniziare a sorridere con gli occhi e la voce, perché anche attraverso questi ultimi possiamo donare un abbraccio o esprimere un sentimento”. Sorridere, ricorda Eurodap, fa bene alla salute. Perché fa in modo che il nostro corpo liberi ossitocina, l’ormone che favorisce il buon umore e funziona come antidepressivo naturale. Non solo: aiuta a combattere proprio i momenti di stress, tristezza, depressione e ansia ed esercita i muscoli facciali attivando l’irrorazione sanguigna in modo da mantenere la pelle del nostro viso morbida, resistente e giovane.

Ricerca clinica: “Semplificazione e digitale per il rilancio degli studi servono più risorse, nuovi fondi dal recovery plan”

Roma, 4 maggio 2021 – Servono più fondi per la ricerca clinica in Italia. Il finanziamento pubblico in questo settore è, da sempre, sottodimensionato nel nostro Paese. Nel 2018, solo 24 milioni e 163mila euro sono stati erogati dal Ministero della Salute per sostenere le sperimentazioni non sponsorizzate dall’industria. Un abisso separa questa cifra dagli 806 milioni di dollari erogati negli Stati Uniti nel 2017 solo per gli studi sul cancro. Per questo è necessario che finanziamenti dai 20 miliardi del Recovery Plan indirizzati alla sanità siano riservati proprio alla ricerca clinica indipendente. La richiesta è avanzata oggi in una conferenza stampa dai principali gruppi di esperti che si occupano di sperimentazioni nel nostro Paese, cioè ACC (Alleanza Contro il Cancro), FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti), FICOG (Federation of Italian Cooperative Oncology Groups), Fondazione GIMEMA (per la promozione e lo sviluppo della ricerca scientifica sulle malattie ematologiche) e GIDM (Gruppo Italiano Data Manager). E porta la loro firma il documento, inviato proprio oggi alle Istituzioni, in cui vengono delineati i tre capisaldi per il rilancio della ricerca clinica a partire dai criteri per semplificare, armonizzare e velocizzare le procedure autorizzative, che richiedono tempi ancora troppo lunghi. Inoltre, il documento sottolinea la necessità di stabilizzare contrattualmente il personale di supporto, in particolare i coordinatori di ricerca clinica (data manager). Il terzo capitolo riguarda il potenziamento delle infrastrutture digitali per garantire un salto di qualità degli studi. Per procedere rapidamente, è necessario istituire al più presto un tavolo tecnico istituzionale.
“Nel 2019, in Italia, sono state autorizzate 672 sperimentazioni, 516 profit e 156 no profit. E quasi il 40% ha riguardato l’oncologia – afferma Carmine Pinto, Presidente FICOG -. Le difficoltà a cui va incontro la ricerca non sponsorizzata dall’industria sono sintetizzate nella diminuzione del 4,1% del numero di studi indipendenti dal 2018 (27,3% del totale) al 2019 (23,2%). La parola d’ordine deve essere innanzitutto semplificazione, anche cogliendo le esperienze positive maturate durante la pandemia, che ha imposto la rapida attivazione di protocolli di studio per affrontare il Covid mantenendo attive le sperimentazioni in corso su tutte le altre patologie. Ai promotori di ricerca clinica sono ben presenti il peso della documentazione richiesta dall’autorità competente (AIFA o Ministero della Salute) e soprattutto la necessità, per gli studi multicentrici, di ottenere l’autorizzazione di tutti i Comitati Etici ai quali afferiscono i centri coinvolti, ottemperando a procedure e richieste di documentazione spesso eterogenee e ridondanti. Questa eccessiva frammentazione va superata, perché rallenta il sistema. Va attuata e migliorata la riforma già prevista per i Comitati Etici. Il modello nazionale di contratto per gli studi clinici no profit proposto da AIFA, che presentano significative peculiarità rispetto a quelli sponsorizzati, va sicuramente in questa direzione”.

ISTAT: a causa della pandemia persi 14 mesi di speranza di vita

Roma, 3 maggio 2021 – Per effetto del forte aumento del rischio di mortalità, specie in alcune aree e per alcune fasce d’età, che ha dato luogo a 746mila decessi (il 18% in più di quelli rilevati nel 2019), la sopravvivenza media nel corso del 2020 appare in decisa contrazione. La speranza di vita alla nascita, senza distinzione di genere, scende a 82 anni, ben 1,2 anni sotto il livello del 2019 (-14 mesi). E’ quanto si legge nel report Indicatori Demografici anno 2020 redatto dall’ISTAT.

Secondo l’Istituto gli uomini sono più penalizzati. La loro speranza di vita alla nascita scende a 79,7 anni, ossia 1,4 anni in meno dell’anno precedente, mentre per le donne si attesta a 84,4 anni, un anno di sopravvivenza in meno. A 65 anni la speranza di vita scende a 19,9 anni (18,2 per gli uomini, 21,6 per le donne). La variazione annuale è sostanzialmente uguale a quella riscontrata nella speranza di vita alla nascita ma ha un impatto relativo più importante, stante l’esiguità della vita media residua sul quale un individuo può contare al 65° compleanno. Tutte le regioni, nessuna esclusa, subiscono un abbassamento dei livelli di sopravvivenza. Tra gli uomini la riduzione della speranza di vita alla nascita varia da un minimo di 0,5 anni (vale a dire 6 mesi di vita media in meno) riscontrato in Calabria, a un massimo di ben 2,6 anni in Lombardia.

Le regioni del Centro-sud registrano perdite inferiori, poiché meno colpite dagli effetti della pandemia ma comunque importanti. In Abruzzo, Puglia e Campania, la riduzione di sopravvivenza per gli uomini è di oltre un anno rispetto al 2019. Ma è soprattutto il Nord a pagare il prezzo più alto: oltre che nella già citata Lombardia, gli uomini registrano riduzioni rilevanti anche in Piemonte (-1,7 anni), Valle d’Aosta (-1,7), Liguria (-1,6), Trentino-Alto Adige (-1,6) ed Emilia-Romagna (-1,5). Lo schema si ripete tra le donne, anche se a un livello differente. Nelle regioni del Centro-sud si riscontrano variazioni più contenute, minime in Calabria e Basilicata (-0,3 anni) così come nel Lazio e in Campania (-0,4).

Studio: lo stress può neutralizzare le cellule immunitarie

Sydney, 30 aprile 2021 – Scienziati australiani hanno evidenziato un possibile legame fra lo stress e la cattiva salute. E’ stato infatti scoperto che i segnali prodotti dai nervi in risposta allo stress possono impedire alle cellule immunitarie di combattere efficacemente patogeni o tumori. Guidato dal professor Scott Mueller dell’Università di Melbourne e del Peter Doherty Institute for Infection and Immunity di Melbourne, lo studio ha osservato che in risposta a un periodo di maggiore paura e ansia, le cellule immunitarie smettono di funzionare. Anche se l’effetto non è permanente, lo stress può influenzare notevolmente il modo in cui risponde il sistema immunitario.

Nello studio pubblicato sulla rivista Immunity, il professor Mueller e il suo team hanno utilizzato una tecnica avanzata di imaging, nota come microscopia intravitale, per esaminare in tempo reale come lo stress influisce sulle cellule del sistema immunitario in topi di laboratorio. La microscopia intravitale utilizza una particolare tecnica per visualizzare in tempo reale le cellule di un animale vivo, ma è difficile da applicare nelle persone in quanto richiede di essere osservata in tessuto corporeo. “Sappiamo in modo aneddotico che quando siamo stressati, abbiamo maggiori probabilità di ammalarci, ma fino ad ora è stato difficile definire esattamente il processo con cui ciò si verifica. L’imaging ci ha mostrato che lo stress causa l’interruzione del movimento delle cellule immunitarie, impedendo loro di proteggere l’organismo dalle malattie “, scrive Mueller.

Covid-19: verso i 150 milioni di casi nel mondo

Roma, 29 aprile 2021 – Con un livello di nuovi contagi ogni giorno che si aggira intorno agli 800mila, il mondo sta per superare la soglia dei 150 milioni di contagi accertati. E’ quanto si evince dal monitoraggio condotto dalla Johns Hopkins University. I contagi registrati sono attualmente 149.242.187. Questo significa che, dall’inizia della pandemia, circa un abitante del Pianeta su 50 è stato contagiato dal coronavirus.

I decessi accertati sono al momento 3.147.016. Il Paese più colpito sono sempre gli Stati Uniti, con 32.229.327 contagi e 574.326. La classifica prosegue poi con l’India (18,37) quindi con il Brasile (14,52), la Francia (5,62) che precede la Russia (4,78). Al sesto posto figura la Turchia (4,75), quindi la Gran Bretagna (4,42), l’Italia (3,99), la Spagna (3,50), la Germania (3,36), l’Argentina (2,92), la Colombia (2,82), la Polonia (2,77), l’Iran (2,45), il Messico (2,33), e l’Ucraina (2,10). Per quanto riguarda i dati relativi alla mortalità, al secondo posto alle spalle degli USA si colloca ancora il Brasile con ben 398.185 vittime. La tragica classifica prosegue con il Messico (215.918), quindi con l’India (204.832) mentre in quinta posizione figura la Gran Bretagna, (127.734) seguita dall’Italia (120.256) quindi la Russia (109.367), la Francia (103.947) e la Germania (82.588).