Author Archive Fabrizio Fiorelli

Tumori, ogni anno in Romagna si registrano oltre 8.000 nuovi casi

Forli, 22 settembre 2022 – L’oncologia romagnola è un modello gestionale innovativo e virtuoso che può essere preso, ad esempio, in altre zone del nostro Paese. Nelle tre province di Ravenna, Forli-Cesena e Rimini ogni anno si registrano 8.000 nuovi casi di cancro con forte soddisfazione e alti livelli di sopravvivenza dei pazienti. Il merito di questo successo è da ricercare nell’ottima risposta che le strutture già oggi garantiscono ma che un più forte collegamento tra le attività dell’Istituto Tumori della Romagna IRST IRCCS “Dino Amadori” e l’AUSL della Romagna (una delle più grandi d’Italia) può far crescere. E’ quanto emerso dal congresso sul CCCRN (Comprehensive Cancer Care and Research Network della Romagna) che si è svolto in questi giorni a Forlì. All’Auditorium San Giacomo della città romagnola si riuniscono dal 20 al 22 settembre oltre 400 specialisti da tutta Italia per fare il punto sullo stato dell’arte della lotta al cancro. “Il CCCRN punta ad essere il fulcro dell’assistenza ai pazienti oncologici in Romagna – afferma il prof. Giovanni Martinelli, Direttore Scientifico IRST -. L’idea vincente è nata da un’intuizione geniale del fondatore dell’Istituto romagnolo, il prof. Dino Amadori che è scomparso due anni fa. Bisognava, secondo lui, creare una struttura che vedesse un IRCCS specializzato in onco-ematologia integrato con le strutture ospedaliere e le cure territoriali. Si trattava di una giusta visione in quanto è stato dimostrato che grazie ad un reale collegamento tra ospedale e territorio è possibile garantire ad ogni cittadino una migliore assistenza. Nelle nostre tre provincie da anni, grazie all’Ausl Romagna e a IRST, garantiamo a tutti prevenzione oncologica, screening  precoci, terapie efficaci, esami di follow up puntuali e sostegno ai pazienti in fase critica avanzata. Con il CCCRN abbiamo creato delle piattaforme comuni per dare le stesse opportunità anche a tutti i medici specialisti e ai ricercatori. L’innovazione e il trasferimento delle conoscenze a tutti i professionisti sanitari vanno poi a vantaggio dei malati che possono ottenere così trattamenti e strategie di prevenzione più personalizzati”. Nella tre giorni di Forlì ampio spazio è dedicato al dibattito scientifico sulle ultime novità della ricerca medica. “Sempre grazie al CCCRN potremmo ulteriormente potenziare le azioni di ricerca; abbiamo condotto negli ultimi anni oltre 250 sperimentazioni cliniche garantendo così ai pazienti le cure innovative – prosegue il prof. Martinelli -. E’ un dato importante, di cui andiamo fieri e che dimostra ulteriormente l’eccellente livello dell’oncologia romagnola. Il futuro della lotta al cancro passerà dalle terapie integrate con i nuovi farmaci e dello sviluppo di nuove strategie terapeutiche. Ora abbiamo una maggiore e più approfondita conoscenza della biologia dei tumori che consente l’individuazione di diversi biomarcatori prognostici e predittivi di risposta e lo sviluppo di terapie e più mirate. L’obiettivo del prossimo futuro deve essere continuare a trarre ispirazione dai nostri pazienti, e dai successi già ottenuti, e riuscire ad aggiungere sempre più tasselli alla conoscenza e cura del cancro. L’IRST IRCCS è un punto di riferimento in tutta Italia consolidato per la gestione delle attività di ricerca clinica e riusciamo ad attrarre pazienti anche da fuori della nostra Regione. Vogliamo continuare a farlo attraverso l’impegno del nostro personale addetto alla cura e alla ricerca, al sostegno dei volontari, alla collaborazione coi professionisti dell’Azienda USL della Romagna e al sostegno del Servizio Sanitario Regionale e del Ministero della Salute”.

 

 

 

Obesità, cardiologi: “È malattia, body positivity non va fraintesa”

19 settembre 2022 – “Non ci stancheremo mai di ribadire che i chili di troppo vanno considerati una malattia vera e propria, oltre che un importante fattore di rischio per tante altre patologie, da quelle cardio-metaboliche ai tumori, a quelle osteo-articolari. Valorizzare la body positivity e condannare il body shaming è sacrosanto, se significa sostegno all’inclusività e guerra alla discriminazione del ‘diverso’, del non allineato ai canoni estetici mainstream. Ma per nessuna ragione dobbiamo far passare il messaggio che l’obesità vada considerata come una condizione ‘normale’, addirittura alternativa alla magrezza eccessiva o al normopeso”.

E’ questo il monito di Massimo Volpe, presidente della Società italiana di prevenzione cardiovascolare (Siprec), riunita in congresso a Napoli, dove ha discusso il documento pubblicato quest’anno sul tema ‘Obesità: da amplificatore di rischio a malattia cronica’. Gli esperti puntano il dito contro “astute campagne di marketing che fanno leva sul trend topic di body positivity, reinterpretandolo però in maniera confondente rispetto ai messaggi di prevenzione”. La lotta allo stigma non va fraintesa, perché “l’obesità è una patologia cronica – insiste Volpe – una malattia di per sé che potenzia e si tira dietro una serie di altri fattori di rischio, dall’ipertensione, alle dislipidemie, al diabete, contribuendo attivamente ad aprire la strada a molte altre malattie”. E’ per questo che “l’obesità e il sovrappeso vanno affrontate e trattate già nei bambini e negli adolescenti, senza perdere tempo – avverte lo specialista – Bisogna entrare nell’ordine di idee che non solo l’obesità, ma anche il sovrappeso fa male. Guai dunque a far passare il messaggio che qualche chilo di troppo è accettabile. Meno che mai pensare che l’obesità sia una condizione ‘normale'”. “Invitiamo dunque le mamme – è l’appello del presidente Siprec – a non pensare che un figlio un po’ in sovrappeso scoppi di salute, mentre quello magrolino sia fragile e predisposto alle malattie. E’ come pensare che avere un po’ di pressione alta o un po’ di colesterolo faccia bene. Dobbiamo al contrario combattere con fermezza queste condizioni, intervenendo sullo stile di vita con una dieta personalizzata, ricorrendo se necessario anche a un supporto psicologico e utilizzando tutti i mezzi terapeutici oggi a disposizione: dai nuovi farmaci come gli agonisti di Glp-1, alla chirurgia bariatrica, sempre più mininvasiva”.

Tumore del testicolo, 9 pazienti su 10 sconfiggono la malattia

16 settembre 2022 – Oltre 63mila uomini in Italia vivono con un tumore germinale del testicolo, malattia altamente curabile, ma che non deve essere sottovalutata. Ben il 93% dei pazienti è senza malattia a cinque anni dalla diagnosi e può essere considerato guarito. I trattamenti risultano efficaci, con sempre meno effetti collaterali, ma impattano ancora fortemente sulla vita della persona. Tra i miglioramenti più sensibili, la possibilità di preservare la fertilità. Oggi la paternità, dopo la somministrazione delle terapie, è raggiunta in oltre il 70% dei casi. E’ quanto emerge dal V Convegno Nazionale dell’Italian Germ cell cancer Group (IGG) dal titolo The evolving scenario of the male germ cell tumors. L’evento scientifico si svolge oggi a Milano e vede la partecipazione di oncologi, urologi, radioterapisti e altri medici specialisti da tutta Italia specializzati sul trattamento dei tumori del testicolo. E’ anche presente l’Associazione Italiana Tumori del testicolo (AITT) che da anni lavora a stretto contatto con i clinici. “E’ una neoplasia in cui i risultati in termini di guarigioni sono eccellenti – sottolinea Ugo De Giorgi, Direttore Oncologia Clinica e Sperimentale presso IRCCS Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori (IRST) “Dino Amadori” e Segretario di IGG -. Tuttavia la diagnosi del tumore presenta delle conseguenze non trascurabili sulla vita del paziente. Il testicolo è un organo fortemente associato alla mascolinità, alla sfera sessuale e ovviamente anche alla fertilità. La patologia colpisce soprattutto uomini con meno di 40 anni e un paziente guarito ha il diritto di tornare ad una vita normale. Oggi la fertilità si può preservare anche per chi ha subito l’asportazione dell’organo e poi ha ricevuto chemio o radioterapia. Bisogna però inserire il malato in un adeguato percorso di assistenza e stabilire che esami svolgere, con quali tempistiche, se prevedere o meno il coinvolgimento dell’andrologo o di altri specialisti”. “Fondamentale l’apporto dell’associazione dei pazienti con tumore del testicolo AITT – precisa Nicola Nicolai, Responsabile Struttura Complessa di Urologia e Chirurgia del Testicolo, Istituto Nazionale Tumori (INT) Milano e presidente IGG -. AITT è molto attiva con varie iniziative, in molteplici livelli, inclusi i social, e il suo promotore Domenico Di Nardo è coinvolto da tempo nella stesura delle linee guida nazionali AIOM in collaborazione con IGG e di recente anche in quelle Europee della società Europea di urologia (EAU)”. Al convegno di Milano sono illustrate anche le ultime novità della ricerca medico-scientifica.
“Presentiamo nuovi studi nazionali e internazionali – prosegue Franco Nolè, Direttore Oncologia Medica Urogenitale e Cervico Facciale dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e Presidente del Convegno di IGG -. Nel tumore del testicolo infatti le cure “tradizionali”, come la chirurgia o la chemioterapia, sono efficaci e garantiscono ottimi risultati anche nelle forme di malattia avanzata. Ci stiamo perciò concentrando su l’analisi approfondita delle caratteristiche genetico-molecolari e sulla familiarità del cancro. Stiamo conducendo studi, anche nel nostro Paese, sull’uso di nuovi biomarcatori per l’individuazione precoce della recidiva di malattia”. “E’ una forma di cancro sulla quale bisogna ancora lavorare – conclude Paolo Andrea Zucali, Responsabile Oncologia del tratto genitourinario dell’Humanitas Cancer Center di Rozzano e Presidente del Convegno di IGG -. In Italia riusciamo a garantire ai pazienti un’ottima assistenza, i pazienti italiani hanno tra le più alte chance di cura in Europa. Alcuni nostri centri sono di riferimento anche a livello internazionale perché presentano i più alti volumi di attività a livello europeo. Questo vale nell’erogazione di trattamenti complessi come la chirurgia retroperitoneale o la chemioterapia ad alte dosi con trapianto di staminali

Infertilità maschile: cause inspiegate per il 30% dei pazienti

15 settembre 2022 – “Il 50% dei problemi di infertilità di coppia è provocato da un problema maschile, le cui cause sono inspiegate con valori nella norma in circa il 30% dei casi. È quindi fondamentale un migliore e più corretto inquadramento diagnostico, al fine di individuare e correggere eventuali patologie che possano compromettere la fertilità della coppia”.

È quanto affermato dal presidente della Società Italiana di Andrologia (Sia) Alessandro Palmieri e da quello della Società Italiana di Riproduzione Umana (Siru) Luigi Montano. I due esperti hanno illustrato il nuovo manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la diagnosi dell’infertilità maschile che ha introdotto tra i possibili esami di approfondimento anche lo studio del Dna spermatico. L’edizione italiana del documento, curata da Sia e Siru, è stata discussa in anteprima al congresso nazionale della Società Italiana di Andrologia in corso a Bergamo. Il documento Oms ha definito nuovi standard per migliorare la diagnosi di infertilità maschile. La novità più evidente della nuova versione riguarda l’inclusione dei test del Dna del liquido spermatico. “L’Oms riconosce che non è più sufficiente fermarsi alla valutazione dei parametri classici, quali concentrazione, motilità e forma degli spermatozoi, ma è fondamentale integrare queste informazioni con quelle sulla frammentazione del Dna degli spermatozoi”, afferma Ilaria Ortensi, componente del comitato esecutivo Sia e tra le curatrici del nuovo manuale. Questa pratica, concludono Palmieri e Montano, “migliorerà e aumenterà le diagnosi di infertilità, utili anche a fronteggiare il grave declino demografico del nostro Paese”.

Covid: andrologi, il vaccino non incide sulla fertilità maschile

14 settembre 2022 – La vaccinazione con la terza dose contro Covid-19 non ha effetti negativi sulla fertilità maschile; al contrario, contrarre l’infezione comporta una riduzione del numero di spermatozoi e un peggioramento delle loro caratteristiche che può protrarsi per settimane o mesi dopo la guarigione. È l’allarme che arriva da un progetto di ricerca (EcoFoodFertility) presentato al congresso della Società Italiana di Andrologia (Sia) in corso a Bergamo. “Il progetto partito dalla ‘terra dei fuochi’, oggi esteso in diverse aree non solo italiane, ha più linee di ricerca che coinvolgono anche gli effetti del vaccino e del Covid-19 sulla fertilità maschile”, illustra Luigi Montano, coordinatore del progetto e presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana. Lo studio ha preso in considerazione due gruppi. Il primo, composto da 75 uomini con meno di 35 anni seguiti nel tempo per problemi di infertilità di coppia e i cui parametri sono stati valutati prima e dopo aver contratto Covid. “In chi ha avuto sintomi leggeri dell’infezione la conta degli spermatozoi è rimasta sostanzialmente invariata, ma sono diminuite la mobilità e soprattutto la vitalità degli spermatozoi”, illustra Maria Cira Gentile, autrice dello studio. Più serie le conseguenze per chi ha avuto una forma più grave. In tal caso “mobilità e vitalità degli spermatozoi diminuiscono del 20% con un danno dell’80% del DNA spermatico, a cui si aggiunge anche una riduzione del 41% del numero degli spermatozoi”, aggiunge il presidente Sia Alessandro Palmieri. Al contrario, i test eseguiti dopo la vaccinazione non hanno sollevato motivi di preoccupazione. In tal caso, la ricerca ha analizzato i parametri seminali di 114 volontari fra i 22 e i 31 anni 10-15 giorni prima della terza dose di vaccino e 32-39 giorni dopo senza riscontrare particolari differenze tra prima e dopo.

Tumori, con la profilazione estesa vantaggi per il 40% dei pazienti

Roma, 13 settembre 2022 – La profilazione estesa può cambiare la lotta al cancro. Un solo test è in grado di ricercare e analizzare oltre 340 mutazioni, con vantaggi diretti per almeno il 40% dei pazienti. Nel dettaglio, il 56% dei pazienti che hanno effettuato la profilazione molecolare estesa della loro neoplasia è stato al centro della discussione da parte di un gruppo multidisciplinare. Di questi, oltre la metà ha avuto la possibilità di ricevere immediatamente o, dopo una terapia scelta dal Centro di riferimento, farmaci a bersaglio molecolare o immunoterapia. Inoltre, nel 18% dei casi il test ha fornito indicazioni utili a correggere la chemioterapia, identificata come la migliore prima di conoscere il risultato della profilazione estesa, e il 12% ha avuto la possibilità di accedere ad altri studi presenti nel nostro Paese. In conclusione, circa il 40% dei pazienti ha ottenuto opportunità terapeutiche aggiuntive dalla profilazione genomica estesa, rispetto alla valutazione delle sole mutazioni note per la possibile associazione con farmaci a bersaglio molecolare. Inoltre, nel 16% dei casi, è stata identificata un’alterazione della cellula tumorale presente nell’intero organismo e che predispone all’insorgenza del cancro. Quest’ultimo è il punto di partenza per eseguire, a cascata, una consulenza oncogenetica per ricercare questa mutazione anche tra gli altri familiari e, quindi, aprire un ombrello protettivo su tutta la famiglia.

Sono questi i principali risultati emersi dallo studio “Rome Trial”, promosso dall’Istituto Superiore di Sanità, dall’Università di Roma La Sapienza e dalla Fondazione per la Medicina Personalizzata. I dati sono presentati al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), che si chiude oggi a Parigi. “Nell’oncologia di precisione deve essere superato l’assioma mutazione/farmaco – afferma il Prof. Paolo Marchetti, Direttore Scientifico IDI di Roma, Ordinario di Oncologia all’Università La Sapienza di Roma e Presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata -. È necessario studiare nell’insieme quante più alterazioni possibili per comprendere non solo il possibile bersaglio, ma anche le sue vie di interazione. Con il nostro studio abbiamo analizzato oltre 780 pazienti di diversi centri della Penisola. Abbiamo dimostrato che un’ampia profilazione genomica all’interno di uno specifico Molecular Tumor Board (MTB), cioè un gruppo multidisciplinare, determina vantaggi importanti per quei malati che possono ricorrere a farmaci a bersaglio molecolare o all’immunoterapia, indipendentemente dalla sede iniziale della neoplasia e dalla disponibilità di studi preliminari di attività”.

Inoltre, oggi verrà presentato a Roma presso l’Istituto Superiore di Sanità il progetto di studio Beyond the Rome Trial, un’estensione della ricerca illustrata all’ESMO. Verrà condotto in una rete di Centri di eccellenza (i 41 già aderenti al Rome Trial) e in 11 MTB di rilevanza nazionale, che utilizzeranno una stessa piattaforma di discussione e raccolta dati, realizzata dal CINECA insieme all’Università La Sapienza. “Vogliamo sviluppare in Italia un progetto di oncologia mutazionale con tutte le sue innumerevoli potenzialità – prosegue il prof. Marchetti -. La profilazione estesa è, infatti, molto più ‘grande’ di quella tradizionale legata al modello istologico. Quest’ultima si basa sulla ricerca di una singola mutazione a cui associare un farmaco. In questi casi il patologo, per aiutare l’oncologo a selezionare la terapia, per esempio, nel tumore del polmone, deve svolgere dieci singoli esami. È invece molto più economico ed efficiente eseguire un test unico in grado di ricercare e studiare tutti insieme i geni attraverso l’impiego di piccoli pannelli di NGS. Tuttavia, a fianco di questo modello tradizionale definito “istologico”, oggi sono note le grandi opportunità offerte dal Next Generation Sequencing (NGS) o sequenziamento in parallelo nella applicazione del modello ‘mutazionale’. Nella profilazione estesa non utilizziamo piccoli pannelli NGS per vedere otto o dieci mutazioni. Svolgiamo una ricerca più ampia e riusciamo ad analizzare fino a 340 o oltre 500 mutazioni significative nella evoluzione della neoplasia. La profilazione estesa oggi può essere svolta in diversi Centri italiani ed è effettuata nei pazienti oncologici metastatici che hanno svolto non più di due linee di trattamento. Lo studio che verrà proposto oggi alle Aziende del farmaco e a quelle impegnate nella profilazione genomica rappresenta una risposta alla necessità di regolare l’accesso a terapie a bersaglio molecolare, di cui non abbiamo ancora informazioni in singole tipologie di tumore. Non è sufficiente effettuare un test genomico per pensare di trattare i pazienti al di fuori di un percorso controllato e condiviso. Evitare trattamenti improvvisati e promuovere la conoscenza in questo settore della oncologia mutazionale rappresenta la sfida che stiamo conducendo insieme a prestigiose Istituzioni”.

Tumori: AIOM, nei programmi elettorali manca l’oncologia

Parigi, 9 settembre 2022 – Diciannove (19,3) miliardi di euro: è il costo annuale dei tumori in Italia. In otto anni (2014-2021), nel nostro Paese, la spesa per i farmaci oncologici è passata da 2,3 a 4 miliardi di euro, con un incremento del 73%. A fronte di una costante crescita delle uscite per la cura del cancro, migliora sempre più la sopravvivenza a un quinquennio, attestandosi al 65% nelle donne e al 59% negli uomini (rispetto al 63% e al 54% della rilevazione precedente aggiornata al 2015). Un risultato ottenuto grazie alle campagne di prevenzione e alle terapie innovative che permettono in molti casi di cronicizzare la malattia o di ottenere la guarigione, con consistenti risparmi in altre voci di spesa (sanitaria e sociale). I vantaggi della prevenzione oncologica sono dimostrati, ma questa voce è quasi del tutto assente nei programmi elettorali delle principali coalizioni delle prossime elezioni politiche. “Abbiamo letto solo vaghi accenni alla necessità di riprendere gli screening interrotti durante la pandemia, ma non vi è nessuna visione di sistema che ponga la prevenzione al centro della lotta contro il cancro, che deve includere anche la riduzione dei tempi di accesso ai farmaci innovativi e la maggiore diffusione dei test genomici. Nei programmi manca l’oncologia. Chiediamo alle coalizioni di considerare questi temi fondamentali. Solo così potremo salvare più vite e garantire la sostenibilità del sistema sanitario”. È l’appello di Saverio Cinieri, Presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) in un press briefing al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), che si apre oggi a Parigi. “A causa della pandemia – afferma il Presidente AIOM -, gli screening per il tumore della mammella, della cervice uterina e del colon retto hanno registrato una riduzione di due milioni e mezzo di esami nel 2020 rispetto al 2019. Sono state stimate anche le diagnosi mancate: oltre 3300 per il tumore del seno, circa 1300 per il colon-retto (e 7474 adenomi in meno) e 2782 lesioni precancerose della cervice uterina. Non basta far riferimento solo alla necessità di riavviare questi programmi di prevenzione secondaria, che restano fondamentali”.

“Serve un vero e proprio piano di recupero che parta dagli stili di vita sani: no al fumo, dieta corretta e attività fisica costante – spiega Giuseppe Curigliano, membro del Direttivo Nazionale AIOM, Professore di Oncologia Medica all’Università di Milano e Direttore Divisione Sviluppo di Nuovi Farmaci per Terapie Innovative allo IEO -. L’esempio è rappresentato dal ‘Piano europeo di lotta contro il cancro’, approvato il 3 febbraio 2021 e articolato in dieci iniziative faro e molteplici azioni di sostegno. Per ognuna, sono individuati gli obiettivi, le risorse a disposizione e i tempi necessari”.

Ogni anno in Italia sono 377.000 le nuove diagnosi di cancro. È dimostrato che il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche possono essere evitati agendo su fattori di rischio prevenibili, in particolare sugli stili di vita. “Il principale – continua Saverio Cinieri – è il fumo di sigaretta, associato all’insorgenza di una neoplasia su tre e a ben 17 tipi di cancro, oltre a quello del polmone. Non solo. Anche una dieta corretta e la regolare attività fisica possono ridurre fino al 30% il rischio di sviluppare la malattia. Il movimento fisico esercita effetti preventivi e terapeutici e può essere paragonato a un farmaco che, opportunamente somministrato, previene gravi malattie come i tumori e ne impedisce lo sviluppo, garantendo considerevoli vantaggi ai cittadini e risparmi al sistema sanitario. È stimato che, in Italia, i fattori di rischio comportamentali e, quindi, modificabili siano responsabili ogni anno di circa 65mila decessi per cancro e il fumo di sigaretta presenta il maggior impatto con 43mila morti”.

“Nonostante queste evidenze – afferma il Presidente AIOM -, sono ancora troppi i sedentari: nel nostro Paese, il 31,5% della popolazione non pratica alcuna attività sportiva, il 32,5% è in sovrappeso e il 10,4% è obeso. Questi numeri aumentano fra le persone colpite da tumore. Ben il 38% dei pazienti oncologici è completamente sedentario, nonostante siano dimostrati i benefici dell’attività fisica nella prevenzione delle recidive e, più in generale, nel controllo della malattia”.

“Devono essere inoltre abbreviati i tempi di accesso alle nuove terapie – sottolinea Giuseppe Curigliano -. Il tempo che trascorre fra il deposito del dossier di autorizzazione e valutazione presso l’EMA (agenzia regolatoria europea) e l’effettiva disponibilità di un nuovo farmaco nella Regione italiana che per prima rende disponibile il trattamento è di circa due anni e questo lungo processo può penalizzare fortemente i malati. La sfida futura è arrivare a una prevenzione personalizzata di ogni persona sulla base dei rischi genetici e, quindi, non modificabili solo con gli stili di vita. Solo uno sviluppo di organizzazione, terapia e prevenzione personalizzata potrà offrire benefici tali da mantenere la sostenibilità del sistema sanitario, guarendo un numero sempre maggiore di pazienti”.

“L’oncologia di precisione oggi include armi efficaci come le terapie mirate e l’immunoncologia che consentono di allungare la sopravvivenza anche nella malattia metastatica, in alcuni casi cronicizzandola – conclude il prof. Curigliano -. Nell’oncologia di precisione rientrano anche i test genomici, che permettono di limitare il ricorso alla chemioterapia dopo l’intervento chirurgico nelle donne con tumore del seno in stadio precoce. Risale a luglio 2021 la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto attuativo ministeriale, che ha sbloccato i 20 milioni di euro del Fondo dedicato all’applicazione gratuita di queste analisi molecolari, che però non sono ancora utilizzate in modo uniforme sul territorio. Va superata la lunghezza degli iter burocratici a livello regionale, perché tutte le pazienti abbiano la possibilità di accedere ai test genomici”.

Endocrinologi, lasciando ora legale +20% diabete e obesità

8 settembre 2022 – Adottare l’ora legale per tutto l’anno potrebbe forse avere un impatto benefico sui consumi di energia, ma anche ripercuotersi negativamente sulla salute, aumentando il rischio di malattie metaboliche e cardiovascolari. È l’allarme che arriva dalla Società Italiana di Endocrinologia (SIE), che da oggi al 10 settembre sarà riunita a Napoli per gli Incontri Italiani di Endocrinologia e Metabolismo.

Il tema dell’adozione permanente dell’ora legale permanente è da tempo al centro del dibattito pubblico ed è ora tornato attuale come conseguenza dell’aumento dei costi dell’energia. “Conservare l’orario ‘estivo’ consentirebbe di evitare tutti quei disturbi derivanti da alterazioni del ritmo circadiano per il passaggio ora legale/ora solare, che riguardano un’ampia fascia di popolazione. L’impatto potrebbe essere positivo soprattutto sui bambini che godrebbero di un’ora di più all’aria aperta e fare così più movimento”, commenta Annamaria Colao, presidente SIE e ordinario di Endocrinologia all’Università Federico II di Napoli. “A fronte di questi benefici, però, l’ora legale permanente può essere poco ‘in sincrono’ con l’orologio biologico e rivelarsi perciò deleteria, accrescendo fino al 20% il pericolo di conseguenze negative sul metabolismo e il sistema cardiovascolare”. Da questo punto di vista, i dati che arrivano dagli Stati Uniti non sono confortanti e mostrano che le persone che vivono all’estremità Ovest di un fuso orario, una situazione più simile a quello che si avrebbe con l’introduzione dell’ora legale permanente, in media dormono 20 minuti in meno ogni notte, 115 ore all’anno. “Ciò si traduce, oltre che in un calo del 3% della produttività, in una probabilità dell’11% più alta di essere in sovrappeso e del 21% di andare incontro a obesità e diabete. Anche il rischio di attacchi cardiaci sale del 19%, mentre quello di tumore al seno cresce del 5%”, conclude la specialista che non esclude “che abbia addirittura più benefici per la salute rendere permanente l’ora solare”.

Tumori del cervello: nuovo studio IARC esclude legami con i telefonini

7 settembre 2022 – Anche se in Scandinavia negli ultimi 35 anni si è osservato un incremento dei casi di gliomi, una famiglia di tumori del sistema nervoso centrale, questo aumento non è connesso all’uso dei telefonini. È questa la conclusione di uno studio coordinato dall’International Agency for Research on Cancer (Iarc) e pubblicato sulla rivista Environment International. I ricercatori hanno analizzato i registri tumori di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia per censire tutti i casi di gliomi tra il 1979 e il 2016. Si sono quindi concentrati sulla popolazione maschile che all’inizio degli anni Novanta aveva tra i 35 e i 44 anni, i primi a utilizzare i telefoni cellulari. “Se i campi elettromagnetici a radiofrequenza emessi dai telefoni cellulari causassero gliomi, il marcato aumento nell’uso dei telefoni cellulari nella popolazione generale negli ultimi decenni si tradurrebbe in un aumento della comparsa di gliomi”, spiegano i ricercatori. L’analisi, invece, non ha riscontrato nessun legame tra l’uso del telefonino, soprattutto in quella fetta della popolazione, e l’aumento del rischio di tumori. “Nei Paesi nordici, l’uso dei telefoni cellulari è aumentato notevolmente a metà degli anni Novanta, soprattutto tra gli uomini di mezza età. I tassi di incidenza del glioma registrati in questi Paesi hanno seguito tendenze a lungo termine di piccoli e graduali incrementi; tra il 1979 e il 2016 non sono state osservate modificazioni di questi trend”, scrive in una nota la Iarc. “Questa osservazione è compatibile con l’assenza di qualsiasi impatto misurabile dell’uso del cellulare sul rischio di glioma, per le tecnologie utilizzate in passato e ai livelli di esposizione incontrati in quel momento”, conclude.

Covid: OMS, il 51% dei post sui vaccini sono fake

6 settembre 2022 – Le interpretazioni errate delle informazioni sulla salute aumentano durante epidemie e spesso hanno un impatto negativo, aumentando l’esitazione nei confronti dei vaccini e ritardando anche l’accesso alle cure. Lo mostra una revisione di studi pubblicata sul Bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che evidenzia come il 51% dei post associati ai vaccini veicolava disinformazione. Ma allo stesso tempo, se sfruttata bene, la comunicazione sui social è una contromisura all’infodemia, o diffusione di una grande mole di notizie sul web, spesso inaccurate o false.

La revisione sistematica ha utilizzato 31 studi condotti in precedenza sul tema. In particolare, comparando i risultati di 4 incentrati sulla percentuale di disinformazione sanitaria su Twitter, Facebook e Instagram, è emerso che conteneva informazioni imprecise o fuorvianti fino al 51% nei post associati ai vaccini, fino al 28,8% nei post sul Covid-19 e fino al 60% in post sulle pandemie. Tra i video di YouTube sulle malattie infettive emergenti, il 20-30% conteneva informazioni imprecise o sbagliate. Dieci studi hanno contribuito a esaminare gli effetti della disinformazione, mostrando che questi includono aumento dell’interpretazione errata delle conoscenze scientifiche, polarizzazione delle opinioni, escalation di paura, ridotto accesso alle cure, più esitazione sui vaccini e maggior uso di trattamenti non provati. Tuttavia, non tutti gli effetti dei social media sono stati negativi in pandemia: alcuni degli studi analizzati hanno rilevato come diverse piattaforme abbiamo generato conoscenze migliore, maggiore conformità alle raccomandazioni sulla salute e comportamenti più positivi rispetto ai modelli classici di informazione. Durante i momenti di crisi, scrivono gli autori della revisione, “la sovrapproduzione di dati da più fonti, la qualità delle informazioni e la velocità con cui le informazioni vengono diffuse creano impatti sociali e sanitari”. Quindi “promuovere e diffondere informazioni sanitarie affidabili è fondamentale per superare le informazioni sanitarie false o fuorvianti”.